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Marisa Merz e Rachel Whiteread PDF Stampa E-mail
Scritto da Giudi Scotto Rosato   
sabato 10 marzo 2007

Il museo Madre di Napoli continua la sua feconda esplorazione nel mondo dell'arte contemporanea con due grandi protagoniste: Marisa Merz e Rachel Whiteread.
Il ricordo e il divenire degli eventi regnano temporalmente nella mostra di Marisa Merz. L'artista trasporta nelle sale del museo napoletano le abitudini quotidiane delle sue case-studio di Milano e Torino, mettendo insieme progetti del passato con opere recenti o in progress. Disegni, installazioni, sculture realizzano un lavoro visionario e, al contempo, ancorato alla realtà vissuta e familiare: un inarrestabile gioco delle parti riempie l'esposizione, creando un mondo i cui strumenti espressivi sono i suoi medesimi elementi. Ecco le travi di una vecchia soffitta di un appartamento - situato nell'edificio della Galleria dove era esposta una precedente mostra della Merz - sfuggire alla propria consueta destinazione e confluire nell'arte, combinandosi con il disegno implosivo di un viso, una trama di segni apparentemente ingarbugliata. Ecco il gesto del tessere liberarsi dal prototipo della donna paziente, rinchiusa nello spazio domestico e rinegoziare inedite significazioni, nuove emozioni. Ecco la soave musica di un violino vibrare nell'aria e caricarsi ulteriormente nell'incontro-scontro con la precarietà inesorabile della società, sprigionata senza filtri dalla trave giustapposta all'opera. Ecco l'acqua che fonde gli elementi della natura con altri di diversa consistenza: Fontain. La piegatura in piombo della vasca, la rosa del deserto e lo zampillo realizzano, nella loro eterogeneità, un intreccio indissolubile. Un intreccio armonioso, di grande carica poetica, capace di evocare le complesse dinamiche di una esistenza in bilico.
La retrospettiva di Rachel Whiteread al Madre è la prima mostra museale dell'artista in Italia. Per l'occasione Whiteread ha creato una grande installazione con decine di case di bambole di varie epoche, il cui frastegliemento abitativo a terazza rimanda all'immagine di Napoli vista dal mare. Le case si espandono verso l'alto (formando quasi un triangolo) in una rappresentazione presepiale. Tuttavia, se la spazialità dell'opera costituisce un'evidente ed efficace citazione della napoletanità, i singoli elementi delle abitazioni differiscono dal prototipo della città partenopea: tetti a spiovente, moquette, strutture in legno che ricordano piuttosto le ricostruzioni storiche negli allestimenti dei siti archeologici.
Whiteread cattura e materializza la dimensione domestica, rendendola patrimonio collettivo. Le sue opere traspongono l'oggetto comune in una dimensione significativa ignota rispetto alla familiarietà dell'oggetto in sè. La rimozione della funzione di quest'ultimo costituisce la matrice per un'infinita varietà di composizioni, dove determinazione e casualità si fondono senza striature. Non si tratta di un'illusione concettuale fine a se stessa. In In out I-XIV (2000 – 04), Whiteread trasforma la porta in una scultura autonomamente evocativa attraverso il calco in negativo della sua forma. In particolare, l'artista esegue lo stampo di entrambi i lati di 14 porte domestiche che poi riunisce a dorso a dorso. Il risultato è un nuovo oggetto da fruire. Insomma, Whiteread esplora il quotidiano rendendolo uno spazio mentale aperto, senza stereotipi prevedibili. Lo spettatore vi penetra attraverso un processo di ri-negoziazione del significato convenzionale, che gli consente di decostruire la propria percezione critica: ecco che il vuoto diventa solido, il negativo si muta in positivo.
L'artista celebra l'assenza, acuendo la percezione di qualcosa che non esiste più, ma che conserva in sé traccie indissolubili della vita umana: calchi di vecchi materassi o dello spazio vuoto sotto il letto acquistano una propria dignità antropomorfica, innestando associazioni sensoriali grazie anche all'uso di materiali (gomma, gesso, poliuretano) capaci di rimarcare, per le loro proprietà fisiche, i segni lasciati dall'uomo. Gli oggetti impersonali della produzione di massa assumono un'autonoma significazione attraverso la loro usura, cosicchè l'osservatore è in grado di riappropriarsi del mondo quotidiano e delle sue emozioni.

Pubblicato su:
Viatico, XI, n. 43
marzo/aprile 2007
 
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